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Copertina di 'Una umanità una giustizia. Contributo allo studio sulla giurisprudenza penale universale'

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Una umanità una giustizia. Contributo allo studio sulla giurisprudenza penale universale


di

Pasculli M. Antonella


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In promozione

DETTAGLI DI «Una umanità una giustizia. Contributo allo studio sulla giurisprudenza penale universale»

Tipo Libro
Titolo Una umanità una giustizia. Contributo allo studio sulla giurisprudenza penale universale
Autore
Editore

CEDAM


EAN 9788813307899
Pagine 282
Data 2011

COMMENTI DEI LETTORI A «Una umanità una giustizia. Contributo allo studio sulla giurisprudenza penale universale»

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il 15 marzo 2012 alle 15:52 ha scritto:

Con la monografia “Una Umanità una giustizia. Contributo allo studio sulla giurisdizione penale universale”, l’autrice si propone di offrire il proprio contributo di ricerca al complesso tema dell’universalità della giurisdizione penale nel diritto globale e nel mondo globalizzato. Di fronte a un concetto di giurisdizione penale universale dai margini incerti e sfumati, la cui definizione risulta essere “questione intrigante” ma altrettanto “intricata”, la comprensione della sua stessa essenza diviene momento di sfida giuridica da cui partire per approdare alla individuazione degli strumenti normativi a tutela dell’Umanità.
La giurisdizione universale, in questa fase storica che si definisce globalizzazione, si colloca in un processo di mediazione tra morale e diritto, tra etica e politica. Si tratta di una fase non priva di tensioni, tra la costante attenzione rivolta alla tutela dei diritti umani e la reale implementazione del principio nei sistemi penali degli Stati.
Il percorso tracciato dall’autrice per la realizzazione del globalismo giuridico prende avvio à rebours, attingendo i suoi strumenti dalle metafore spaziali dei pensatori del passato.
Nel primo capitolo, infatti, l’evoluzione dell’affermazione dei diritti umani in senso universale, nelle diverse mutazioni genetiche, viene sintetizzata con grande abilità attraverso l’analisi delle fasi storiche di formazione del diritto (penale) internazionale ed il pensiero illuminante dei filosofi giuristi. La digressione storico-filosofica prende avvio dall’idea di “uguaglianza giuridica” sviluppata nell’antico Testamento e transita attraverso i modelli giuridici dell’Atene del V e IV secolo A.C. e del diritto romano, dall’età repubblicana al codice giustinianeo. L’intento è quello di scardinare il dogma dottrinale che individua nel codice giustinianeo la fonte dell’universalità della giurisdizione penale, dimostrando come sull’idea di applicare la legge penale fuori del territorio dello Stato gli influssi pre e post codificazione giustinianea siano stati di gran lunga più incisivi. Ed ancora, l’analisi si sofferma poi sulla tota orbis dell’umanità di Grotius, ma è nella Pace perpetua di Kant che si individua il superamento dei limitanti confini degli ordinamenti statali e si garantisce agli Stati di tutelare le proprie ragioni, andando oltre il territorio nazionale. Nel modello kantiano di democrazia cosmopolitica, il fine ultimo cui auspica la ricerca: la nascita di norme né meramente morali, né semplicemente giuridiche, che vadano al di là dello spazio territoriale riconosciuto dalla sovranità internazionale e presuppongano un nuovo spazio giuridico e concettuale, vincolante sia per chi è dentro il territorio, sia per chi è fuori, ovvero per tutti i membri della comunità internazionale.
Se è pur vero che il diritto necessita di un dove, l’esame del rapporto tra diritto e spazio, condotto nel secondo capitolo attraverso una puntuale esplicazione del codice penale italiano, si risolve nella dimostrazione di come in concreto il nostro codice superi le frontiere della legge penale territoriale per applicare la legge penale in senso universale: lo spazio si “attraversa” per superarlo.
Già nel terzo capitolo, i luoghi si perdono ed il territorio diventa mera occasione per lo studio socio-economico del crimine transnazionale. Gli affari dell’economia non tollerano confini ed i luoghi non sono più decisivi, poiché ciò che conta è il ‘dovunque’ del produrre. In questa società insicura ed instabile, la lettura del fenomeno criminologico transnazionale costituisce il passaggio analitico indispensabile per capire il superamento del legame territoriale Stato-crimine. Da tale angolazione, la territorialità cede la sua centralità allo spazio extraterritoriale, quale luogo privilegiato per il prodursi di crimini multiterritoriali, come il traffico di stupefacenti, il terrorismo, la pedopornografia on line, il cybercrime, il traffico d’armi, la tratta di persone, la schiavitù. In una sorta di dilatazione spazio-temporale, il passaggio dalla globalizzazione degli scambi alla globalizzazione dei diritti umani diventa immediato e l’applicazione del principio di giurisdizione universale, in deroga alla sovranità della protezione giuridica territoriale, si impone a salvaguardia dei diritti di intere popolazioni. La ricostruzione giuridica del delitto di schiavitù, il riscontro testuale dell’assenza, in ognuna delle Convenzioni connesse alla legge dei conflitti armati, del termine war crimes derubricato a “grave braches”, e la lettura della Convenzione di New York per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, consentono di affermare che non sussiste, ad oggi, malgrado la marcata produzione giurisprudenziale, alcuna specifica disposizione sulla giurisdizione penale universale per tali fattispecie.
Se non c’è norma che espressamente preveda la giurisdizione universale dei crimini iuris gentium, se le convenzioni a riguardo appaiono assai scarne di indicazioni, se le consuetudini non offrono ulteriori spazi alla delucidazione del diritto oltre il territorio, quale potrà essere, dunque, il fondamento logico-giuridico della giurisdizione penale universale? L’idea di un’umanità generalizzata emerge da sentenze di Corti internazionali istituite ad hoc, che, negando il locus commissi delicti come criterio primo di competenza, diventano la prassi applicativa della giurisdizione universale in absentia. Ancora troppo spesso, ricorda tuttavia l’autrice, l’esercizio della giustizia universale è rimesso alla discrezionalità dell’azione politica. La stessa Corte penale internazionale, non nasce come entità avente giurisdizione universale ma si manifesta come estensione della competenza penale degli Stati nazionali aderenti allo Statuto di Roma. L’autrice non manca, ad ogni modo, di sottolineare come, la Corte penale internazionale, agendo in via complementare alla giurisdizione universale, pone, con le disposizioni contenute nel suo statuto, la base metodologica per le fattispecie perseguibili universalmente. A suo parere, a fronte di una variegata prospettiva di crimini internazionali che aprirebbe la strada a un’indiscriminata disomogeneità, la lettura ragionata e interpretata dei reati di cui agli artt. 6,7,8, dello Statuto di Roma determina il campo di vigenza applicativa della giurisdizione universale.
In conclusione, quasi spinta alla ricerca dell’epistème dalla sensazione che oltre la confusione possa individuarsi un principio permeante ed unificatore, l’autrice individua un ordine anche nel judicial chaos. La giurisdizione universale va applicata secondo una permissive o secondo una mandatory form, ci si chiede? In realtà, l’assenza di limiti nel tempo e nello spazio, come fondamento di un imperativo di giustizia si colloca più nell’alveo della morale, che in quello del diritto. L’esercizio incondizionato della giurisdizione universale individua il “luogo utopico dell’umanità”, ma naufraga nella pratica del processo penale. La giurisdizione universale nasce dal diritto vivente relativo ai diritti umani e alla loro difesa. Essa nasce nella coscienza giuridica degli individui e va verso l’Umanità. In questo senso, il cosmopolitismo, in cui la giurisdizione universale si sostanzia, consiste nella nascita di norme che dovrebbero governare le relazioni tra gli individui e che non sono, alla stregue degli imperativi categorici kantiani, né meramente morali, né semplicemente giuridiche. Il processo giusgenerativo della giurisdizione universale si compie attraverso “iterazioni democratiche” che fanno della norma cosmopoltica lo strumento attraverso cui la comunità degli uomini si immagina e si forma. Attraverso la sua realizzazione il percorso completo dell’Umanità in quanto tale si compie. Nell’umanità, la Giustizia.
La monografia si rivolge ad un ampio target di studiosi, tra legislatori, operatori di giustizia, professionisti legali ed accademici, cui M. Antonella Pasculli offre uno strumento che sia di stimolo ad un’analisi critica sul fenomeno della giurisdizione universale.
Del libro, va detto però, si consiglia la lettura a quanti, anche non penalisti di professione o persino non giuristi, non vogliano rinserrarsi nell'hortus conclusus della propria materia, ma siano interessati a cogliere le dinamiche politico-giuridiche sottese al processo di globalizzazione, nel world in motion di oggi, al cui centro si colloca la persona umana con la sua dignità e i suoi diritti.
La cifra di questo testo è, infatti, proprio il profilo alto dell'approccio scientifico. La ricerca è condotta con assoluto rigore analitico ed il labor limae emerge persino dalla minuzia nella scelta di vocaboli della lingua inglese, quasi a voler rendere, attraverso il linguaggio stesso, l’idea della globalizzazione e dell’ammissibilità dell’universale. In prima battuta, tuttavia, ciò che carpisce l’attenzione del lettore è, per l’appunto, la vastità e la densità del patrimonio culturale da cui l’autrice attinge. La molteplicità dei riferimenti teorici, che punteggiano il testo, spaziando dalla filosofia alla storia, dalla politica all’economia, danno un senso tangibile di continuità del sapere e ben rendono l’idea di quanto una ricerca scientifica analitica non possa limitarsi ad una elencazione dogmatica e sterile di quanto già presente nel patrimonio dottrinale in materia, ma debba fornire una visione multidisciplinare della realtà.
Contestualizzata nell'ambito del diritto, questa osservazione non equivale, però, a una fuga nell'astrazione teorica, giacché il diritto viene scandagliato senza discostarsi dall’analisi dei casi concreti che la storia moderna ci offre. In particolare, è proprio nella ricchezza dei casi affrontati e nell’attenzione riposta nella loro selezione che si coglie la singolarità della ricerca e il suo carattere innovativo. Dal metodo di indagine adoperato, emerge lo spirito del vero ricercatore, sempre in cerca di ciò che non si conosce. Così, l’autrice si sofferma con indubbia attenzione sulla trattazione di eventi epocali nel panorama internazionale - si pensi alle azioni terroristiche dell’11 settembre, alla ratifica dello Statuto del Tribunale Militare di Norimberga, agli eventi terribili verificatesi nell’ex Jugoslavia, in Ruanda, in Cambogia, in Kosovo, in Iraq ed in Afghanistan, alle esperienze dei tribunali istituiti “ad hoc” – ma spinge lo studio anche oltre i casi conclamati, giungendo sino alla disamina del concetto di sovranità territoriale contestualizzato nelle inesplorate realtà del Kosovo e dello Stato del Nunavut.
Qual è, infatti, il ruolo dello studioso, se non quello di recuperare la certezza del diritto, passando da una rivisitazione delle sue dinamiche e dei suoi strumenti di indagine?
M. Antonella Pasculli propone un modello platonico di “giurista militante”, cui affidare il nodo aggrovigliatissimo della questione della conduzione della giustizia universale. L’interrogativo con cui, nelle conclusioni, ci lascia è se non sia doveroso smettere di consentire alle forze di potere di intervenire nell’imposizione della giustizia. L’auspicio è quello di rinvigorire il ruolo ormai desueto della classe intellettuale, perché, attraverso un lavoro di analisi e descrizione delle diverse “versioni del mondo”, ritorni a far per lo meno riflettere il mondo politico.
Ed è quanto l’autrice del testo, di fatto, pone in essere, apportando il suo prezioso contributo allo studio sulla giurisdizione penale universale.

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